Una speranza dall’ospedale…

Mi chiamo Laura e sono un medico, oltre ad essere moglie e madre di quattro figli.

Mi sono specializzata nel 2002 in Anestesia e Rianimazione e per i primi 10 anni della mia vita professionale ho lavorato in terapia intensiva, ma dopo la nascita del mio quarto figlio, difficoltà personali (è difficile conciliare le esigenze di una famiglia numerosa con l’impegno totalizzante di un reparto intensivo) e necessità del Servizio mi hanno portata a cambiare la mia attività.

Da molti anni quindi mi dedicavo prevalentemente alla anestesia per la chirurgia pediatrica e per l’ostetricia.

Fino al mese scorso, quando anche la mia vita, come quella di tutti gli italiani, è stata travolta dallo “tsunami” della pandemia da coronavirus. Con incredulità e senso di irrealtà ho vissuto i primi preparativi: lo svuotamento delle sale operatorie e del reparto di subintesiva pneumologica, i corsi sulla vestizione, le riunioni giornaliere sui protocolli da adottare.

E poi hanno cominciato ad arrivare. All’inizio erano pochi pazienti, attorno ai quali si sono subito concentrati solo i colleghi più esperti, per poi nel giro di pochi giorni arrivare a riempire tutti i posti disponibili, costringendoci ad abbandonare tutte le altre nostre attività consuete per dedicarci unicamente a loro.

Così ora ogni turno di lavoro (quasi sempre di 12 ore, che diventano 13-14 senza neppure accorgersene) ci si ri-veste totalmente, da capo a piedi, sperando di coprirsi a sufficienza perchè il virus non riesca ad attaccarsi a noi e infettarci o infettare i nostri cari da cui dovremo tornare.

Le tute danno un senso di ovattamento, una sauna portatile che ti fa sudare e appannare gli occhiali, che non possono essere mai tolti (perché il virus passa anche attraverso la congiuntiva), mentre la maschera dopo pochi minuti comincia a piagare il naso e sembra soffocarti, ma non può mai essere sollevata, neppure per una boccata d’aria, finché sei dentro al reparto “Covid”… Ma la fatica più grande non è quella fisica. È piuttosto quella di trovarsi ad essere spesso l’ultima possibilità di trattamento medico per pazienti che sono così gravi da essere ad un passo dalla morte, e per una patologia insorta da pochi giorni, a volte da poche ore, come un fulmine a ciel sereno. Perchè la pressione alta, con la sua pillolina quotidiana, e l’obesità o il sovrappeso, con cui conviviamo in tanti, non le consideriamo certo una “pluripatologia”!

Arrivano quindi tutti spaventati, anzi terrorizzati, ed è difficile persino instaurare con loro un rapporto più personale, perchè nascosti nelle nostre tute sembriamo tutti uguali, perchè non possiamo toccarli a mani nude, perchè non possiamo visitarli come avremmo fatto in passato, ad esempio  con lo stetoscopio (anche le orecchie sono coperte) o fare entrare i loro parenti per rassicurarli (la nostra era da anni una terapia intensiva aperta, che consentiva, anzi favoriva, la presenza dei parenti  accanto ai pazienti per tutto il giorno). 

Ed a tutto ciò si aggiunge la difficoltà di lavorare con personale che in parte non conosci e può essere inesperto (in tanti hanno dato disponibilità e sono preziosissimi, ma il lavoro in terapia intensiva è superspecialistico, e non lo si impara in pochi turni di lavoro caotico…), in un luogo che non è rifornito di tutto ciò che serve (perchè prima dedicato ad altro), con protocolli terapeutici sempre nuovi ed in continuo aggiornamento.

Ma la parte più difficile non è ancora questa. Perchè la difficoltà maggiore la si incontra fuori dalla terapia intensiva, quando bisogna andare in altri reparti a valutare pazienti complessi, questi sì già portatori di una lunga storia di malattie più o meno croniche, o anche solo molto anziani, per i quali si deve necessariamente mettere sulla bilancia rischi e benefici. Si deve stabilire se la terapia intensiva, con il suo complesso di cateteri, tubi, macchine, farmaci, etc, potrà davvero cambiare le sorti di quel paziente o non sarà solo un prolungamento di sofferenze già grandi e un posto in meno per altri pazienti con maggiori possibilità…

Questo è davvero il cammino di Quaresima più impegnativo e sofferto che io abbia mai affrontato. E la lontananza dai Sacramenti sembra penalizzare ulteriormente questo senso di abbandono, perchè mi priva di quel momento di ricarica e di sguardo interiore e di grazia che sono il motore di tutta la vita.

La preghiera è carica di interrogativi e sembra faticare a uscire, soverchiata dai dubbi e dai drammi quotidiani.

Ma ci sono anche tanti esempi positivi, e non smetto ancora di guardarmi attorno per coglierli e valorizzarli: le decine e decine di iniziative a nostro sostegno, i grazie che arrivano da ogni parte, la disponibilità  e la dedizione dei colleghi, degli infermieri e delle OSS, ma anche il sostegno di mio marito e dei miei figli che non viene mai meno. 

Che la Pasqua di Resurrezione possa essere come un raggio di sole che penetra tra le nubi di questa tempesta e comincia a disperderle, e la nostra preghiera possa accompagnare tutti i pazienti e i loro cari in questo Mistero di passione e talora morte e resurrezione.

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